Il Bharata Natyam conserva gli antichi valori rituali della sua origine mitica: la danza come offerta alla divinità trova nel trasporto emotivo la sua stessa sorgente.
L'eco profondo di questo spirito diventa per il danzatore una conseguenza: la danza racconta il senso della 'nostra' vita, diviene la rappresentazione del 'nostro' quotidiano interiore.
Gli stessi dei sono rappresentati come persone umane, immersi nelle più varie contraddizioni, liti, gelosie, passioni.
Le canzoni sono dei motivi devozionali dove la danzatrice è la devota e il dio è il suo diletto. L'eroina in attesa del suo amato non è un tema di sciovinismo maschilista come si crede oggi ma rappresenta il Jeevatma (il Sé individuale) in bramosa attesa di unirsi con il Paramatma (il Sé divino).
Quando il danzatore crede in questo, non solo si sposta su un piano più elevato di consapevolezza, ma porta il suo pubblico con sé. Questi allora si lascia alle spalle lo spettacolo facendo esperienza di ciò che è stato scritto dal saggio Bharata:
"Natya [il teatro danza] insegna il dovere a coloro che lo avversano, l'amore a coloro che lo desiderano, punisce coloro che mancano di educazione e di condotta, promuove l'autocontrollo in coloro che sono indisciplinati, dà coraggio ai codardi, entusiasmo ai valorosi, illuminazione a coloro di mente ristretta e dona saggezza all'uomo colto. Procura distrazione ai re, conforto alle menti afflitte, benessere a coloro che lo desiderano e tranquillità agli spiriti combattuti".


