«Poiché l'attore umano non è egli stesso un Dio, egli può giungere alla perfezione della narrazione solo attraverso una rigorosa disciplina (...)
Le azioni degli dèi, nei giardini come nei palazzi, sgorgano dalla loro mente serena senza sforzo alcuno. Viceversa, ogni singola azione dell'uomo è frutto di uno sforzo di volontà.
E' a causa di tale limitatezza che occorre spiegare agli uomini con cura e in ogni dettaglio ogni singola azione che si chieda loro di eseguire.
Da questi versi iniziali del Natya Sastra – il trattato del II secolo d.C. sull'arte scenica su cui si è fondata tutta la successiva tradizione della danza in India – deriva lo spirito con cui il danzatore si dedica alla disciplina.
Il suo traguardo di apprendimento coincide con la capacità di eseguire alla perfezione ciò che è stato insegnato dagli dèi e poi di maestro in allievo lungo i secoli.
Dall'umiltà e dalla volontà scaturisce la capacità di misurarsi con un'arte estremamente complessa e impegnativa, in cui l'eccellenza non è frutto di un'ispirata invenzione personale, ma della costanza di applicazione alle regole di una disciplina elaborata e codificata nel corso della sua lunghissima tradizione.
La concezione della maturità artistica (e quindi umana) come perfezione raggiunta attraverso l'adesione a un corpus dato di ricerca espressiva, è ciò che caratterizza il percorso del performer in tutta la tradizione orientale.
Solo dalla perizia tecnica e dalla maturità spirituale può nascere l'autenticità espressiva nella danza, la pienezza artistica raggiunta con entusiasmo (nel senso originario che questo vocabolo aveva per i greci: en theos, avere il divino dentro di sé).



il danzatore
Per poter controllare ed eseguire con naturalezza le figure della danza e del mito, è necessaria un'attenzione continua, intensa, ossia una forte concentrazione.
E questa attenzione, questa presenza assoluta al proprio impegno, costituisce la preghiera insita in questa forma d'arte, una devozione che è importante rivolgere in primo luogo a sé stessi.
«Io che eseguo questa danza, farò tutto il necessario per portarla a termine, fa' dunque in modo che il mio corpo sia protetto»
recita il canto di un Puspanjali (la coreografia che rappresenta un'offerta di fiori) rivolto a Ganesh.
Questa fatica, questa generosità e questa dedizione sono l'equivalente per l'attore danzatore, del tapas, il calore spirituale del saggio, dell'asceta.
E' questa intensità, questo fuoco, che entra nel cuore di chi guarda.
La commozione, l'energia e la bellezza della performance hanno la loro profonda origine in questo: nella generosa dedizione alla propria vita.
A cui si aggiunge la generosità del dono della propria fatica al pubblico, in primo luogo gli dèi, poi i maestri e quindi tutti coloro che assistono alla danza.
«Tutti gli dèi sono lieti di assistere a questo spettacolo, e anche voi – mio pubblico – possiate conoscerne l'estasi (...) Tutto ciò che ho appreso dal mio maestro, la mia scienza e la mia arte, io li donerò, come un'offerta di fiori.»
(Ganesh Puspanjali).