

Durata spettacolo: 90 minuti (atto unico)
Personale: un attore, tre danzatrici, un tecnico
Spazio scenico min: 7 x 5 metri
pavimentazione rigida, liscia e senza declivio
Allestimento: scatola nera
Disponibilità dello spazio: 2h prima e 1h dopo la rappresentazione
Impianto audio: lettore cd, microfono headset, mixer, amplificazione, finali
Impianto luci: piazzato bianco, piazzato rosso + 4 canali separati



Non esiste energia scenica, intensità espressiva, libertà artistica, qualità estetica se non attraverso una straordinaria competenza tecnica del performer capace di trasformare se stesso, il proprio corpo, la propria presenza in un evento extra-quotidiano.
Ciò che differenzia il performer dal suo pubblico è infatti il capovolgimento dell'equilibrio tra sforzo e risultato. Là dove l’agire quotidiano ottimizza il conseguimento del massimo risultato con il minimo sforzo, nell’agire artistico il massimo sforzo è richiesto anche per il più piccolo risultato.
E’ questa intensità che rende magnetico chi agisce sul palco.
La competenza tecnica del danzatore-attore che deve sapere percorrere uno spartito fisico, geometrico, ritmico e spaziale esatto conoscendone ogni valore e coloritura è l’assioma della danza sacra indiana, mossa a questa incredibilmente minuziosa preparazione dal principio che la perfezione è l’attributo principe del divino, e che lo scarto che esiste tra la condizione divina e quella umana è il percorso che l’artista deve ripercorrere per trasformarsi e incarnare di fronte alla sua comunità il senso del sacro.
Nel movimento che ha rivoluzionato l’arte scenica europea e occidentale del Novecento, tutti i grandi maestri che hanno avvertito l'urgenza di ritrovare sulla scena l’energia scatenante del teatro che si era persa nel languore romantico e borghese ottocentesco, si sono rivolti allo spirito e alla tecnica dell’arte indiana.
Da Artaud, passando per Peter Brook, Jerzi Grotowski, Eugenio Barba e arrivare fino a Maurice Bejart, i ricercatori della nuova possibile unione tra significato e forma sul palcoscenico, si sono ispirati al Natya per rimodellare il lavoro dell’attore e del danzatore - non a caso riuniti nelle disciplina della performing art, senza distinzione tra teatro e danza, come in India si pratica da duemila anni.
Angikam, la preghiera perfetta, propone al pubblico italiano questa millenaria tradizione. La bellezza magnetica di una narrazione del divino coreografata secondo le leggi sceniche della perfezione. Sillaba dopo sillaba, passo dopo passo, gesto dopo gesto, nulla è casuale ma invece si inscrive in un evento che è geometria esatta del corpo nello spazio, matematica ritmico-musicale, mappatura estetica codificata delle emozioni.
Lungi dal produrre un esito stereotipato, proprio da questa severità artistica scaturisce la più profonda partecipazione emotivanei confronti di chi, sul palco, si eleva verso il cielo di quella bellezza che è desiderata ma preclusa a tutti gli uomini.